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La bibita calabrese da bere al posto dell’espresso (e ora finisce anche nei cocktail)

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«Ci vediamo per una Brasilena». In Calabria questa frase ha smesso da tempo di indicare semplicemente una bibita: indica un momento. Un momento che il resto d’Italia non ha mai saputo nominare, quello in cui il caffè caldo pare ormai fuori tempo massimo e l’aperitivo alcolico è ancora lontano. In quella terra di mezzo, tra il pomeriggio che sta per finire e la sera che non è cominciata, la risposta calabrese si versa da una bottiglietta di vetro, ha il colore del caffè e frizza.

Chiamarla gazzosa al caffè è corretto, ma allo stesso tempo riduttivo. La bollicina è fine e non disturba e al primo sorso l’amaro del chicco tostato incontra una piacevole dolcezza che lo accompagna. Il nome stesso – Brasilena – racconta una rotta: il caffè crudo che riempiva questa bevanda arrivava ai porti calabresi via mare, dal Sud America, e da lì è nato quel richiamo brasiliano che gli intenditori pronunciano con naturalezza mentre chi non è del posto lo scopre per la prima volta.

Da un emporio di paese a un caso di studio

La storia comincia prima del marchio, in un negozio di Girifalco, provincia di Catanzaro, agli inizi del Novecento. Salvatore Cristofaro tostava di persona i chicchi di caffè crudo nel suo emporio e, per avere qualcosa di fresco da offrire nei mesi caldi, provò a infondere quell’estratto nell’acqua frizzante. La chiamavano gazzosa al caffè, senza cerimonie, e viveva accanto ad altre sue invenzioni agrumate dai nomi che oggi suonano da archivio: ARANsud, LIMONsud.

Il caffè, qui, non arrivava per caso. Sulla costa transitavano i bastimenti carichi di sacchi diretti alle torrefazioni della zona e furono i baristi a inventare l’alternativa fredda all’espresso bollente, prodotta al momento con l’acqua gassata appena fatta. Il passaggio dall’idea alla bottiglia, però, si arenò sulla burocrazia. Negli anni Trenta le norme del regime legavano le licenze d’imbottigliamento alla popolazione del comune: Girifalco era troppo piccola, e a Salvatore fu negato il marchio. Per anni la sua gazzosa poté circolare solo sfusa.

Il riscatto arrivò con la generazione successiva. Negli anni Sessanta il figlio aprì uno stabilimento e registrò finalmente il nome Brasilena. Nel decennio successivo la ricetta si affinò con l’acqua oligominerale della fonte locale, e la svolta industriale si consumò nel 1982, quando le linee si spostarono nell’impianto di Monte Covello, sotto la società Acqua Calabria guidata da Cesare Cristofaro, nipote del fondatore. La ricetta resta riconoscibile: acqua di Monte Covello, zucchero, un infuso di caffè pari al 12% del volume – una miscela dedicata, senza conservanti, che arriva dalla torrefazione Caffè Guglielmo di Copanello, pochi chilometri più in là. Nel 2021 il marchio è entrato nel registro dei Marchi Storici di Interesse Nazionale.

Il derby della gazzosa

La Brasilena però non è sola e per capirla meglio va vista dentro una competizione tutta calabrese, dove ogni provincia difende la propria bibita al caffè con un campanilismo che vale quello del pallone. La capostipite fu la Bibicaffè, la prima gazzosa al caffè prodotta su scala industriale: lanciata a Lamezia Terme nel 1941 dalle famiglie De Sarro e Torchia, nel 1974 si portò a casa il Gold Mercury, un riconoscimento internazionale d’impresa. È il nome da cui tutto è cominciato. Le altre contendenti sul territorio regionale: nel Cosentino è di casa il Moka Drink, sul mercato dal 1948; sullo Stretto invece il Caffè Siesta di Reggio Calabria, prodotto dal 1976 da Romanella Drinks.

La differenza che rende la Brasilena un caso interessante sta qui: mentre le rivali sono rimaste fedeli ai loro confini provinciali, lei è uscita. Prima in Puglia, Campania e Sicilia. Poi, senza campagne pubblicitarie a spingerla, molto più lontano.

Il gusto che viaggia con chi parte

L’espansione internazionale della Brasilena è una storia di emigrazione, non di marketing. Ed è questo il bello. Le comunità calabresi in Canada, negli Stati Uniti, in Australia, in Germania, fino alla Cina, hanno iniziato a farsela spedire da casa per tenere vivo un legame che passava dal palato. Un consumo nostalgico che oltreoceano ha finito per incuriosire anche chi calabrese non era, trasformando una bibita di paese in un piccolo oggetto di culto.

Nel frattempo il movimento si è fatto anche inverso: la presenza crescente di comunità nordafricane in Calabria ha aperto un dialogo con nuovi acquirenti, e l’azienda ha tradotto l’etichetta in più lingue, arabo compreso.

Quando la bollicina finisce nello shaker

Negli ultimi anni la mixology ha guardato alla Brasilena con l’occhio del bartender che cerca un mixer già dotato di carattere. Carbonazione e aroma tostato la rendono comoda per ammorbidire distillati importanti o dare una spinta effervescente ai classici cremosi.

espresso martini cocktail

Il gioco più immediato è quello con l’Espresso Martini: sostituendo parte della componente al caffè con Brasilena e vodka alla vaniglia si ottiene un twist frizzante che alleggerisce un cocktail spesso troppo denso. Sulla stessa idea lavora il Nero Italiano, una rilettura del Black Russian in cui la bibita prende il posto del liquore al caffè sopra la vodka. Per il dopocena si allunga un Cognac con ghiaccio colmando il bicchiere di Brasilena, e viene fuori un bicchiere da sorseggiare piano, dove legno e tostatura si tengono compagnia.

Chi la vuole golosa la versa su due palline di gelato alla vaniglia: la bollicina scioglie lentamente il gelato e il risultato è un dessert al cucchiaio, la versione adulta di quando da bambini annegavamo il gelato nella gassosa. E per restare analcolici basta lo sciroppo di orzata: mandorla e caffè si trovano da soli, senza bisogno di alcol.


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Il servizio chiede una sola disciplina: temperatura vicina allo zero. Tiepida, la Brasilena perde metà del suo senso. A tavola regge il contrasto con la pasticceria secca alle mandorle, i dolci al cacao, persino qualche stuzzichino salato.

Resta il fatto più difficile da spiegare a chi non è di lì. La Brasilena non è cresciuta così tanto perché qualcuno ha deciso di farne un brand, ma perché una comunità ha continuato a chiederla, dentro e fuori dai confini. Il capitolo che i bartender stanno scrivendo adesso nei loro cocktail è l’ultimo: capire quanto lontano possa arrivare una bibita nata per rinfrescare un pomeriggio di paese.

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